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28-12-2009 - “1908 ore 05.20 Terremoto” di Americo Melchionda
Uno spettacolo teatrale per adempiere ad un’urgenza, l’urgenza della memoria e il dovere di raccontare. Il 28 dicembre 1908 Reggio Calabria e Messina vengono distrutte, l’Italia si risveglia contando ottantasettemila morti. È il primo cataclisma che entra con prepotenza nella percezione globale; tutto il mondo viene a conoscenza della tragedia dello Stretto. Lo spettacolo teatrale 1908 ore 05.20 Terremoto, della compagnia reggina Officine Jonike delle Arti, vuole essere un viaggio fra i ricordi, una rievocazione attraverso immagini e parole della tragedia che colpì tutti senza distinzione, un susseguirsi di eventi che sembrano lontani da noi, ma che mai come oggi ci appartengono intimamente. La rappresentazione andrà in scena il 29 dicembre prossimo alle ore 21 presso il Teatro Politeama Siracusa di Reggio Calabria, a conclusione di un anno dedicato alla commemorazione del centenario del sisma.“C’è come un senso di colpa che sembra serpeggiare quando ci si accosta alla memoria del terremoto”, dice il regista Americo Melchionda, “che nasce anche da una certa rimozione collettiva del disastro, quasi ad esorcizzarne il ciclico ritorno”.Sono frammenti quelli che si vogliono mettere in scena. Frammenti, come recita il titolo del testo Frammenti Tellurici di Domenico Loddo da cui è stato tratto lo spettacolo, che si rincorrono, si incrociano, si sovrappongono. Frammenti che, interpretati magistralmente da Maria Milasi, Kristina Mravcova, Americo Melchionda e Alessio Praticò, compongono un unico, tragico destino. Il Generale Antonio Mazza, il Maggiore Carlo Tua, gli incrociatori Makaroff, Slava, Cesarevic, la brigata Torino, le note dell'Aida, le previsioni del Cardinale Gennaro Portanova; “Tutti quegli uomini e tutte quelle donne”, riflette l'autore Domenico Loddo, “potevano intrecciare le loro vite a una serie di sentimenti ai quali invece sono stati negati. Sarebbero nate altre famiglie, altre amicizie, altri amori”. Video e parole, ricostruzioni d’epoca e immagini d’archivio, attori che si muovono su un palco a rievocare memorie che sembrano perdute. Una documentazione attenta che sembra spezzare la scena, trasformando i personaggi in narratori contemporanei lucidi e sprezzanti, restituendo una soglia del dolore troncata da più di un secolo, ma pietrificata nello stile lapidario delle testimonianze. Così succede che un prete cede il posto alle grida soffocate di una madre, un postino caparbio vuole ritrovare i suoi indirizzi di sempre, il becchino scava ancora mentre una giovane donna cerca il suo uomo e una valigia di cartone con dentro un vano sogno americano, ed i sepolti vivi tanti, li immaginiamo, tra le lettere, i telegrammi, le martellanti confusioni di voci e passi e poi il silenzio, come prima del boato, il silenzio che precede la strage. 1908 ore o5.20: terremoto è un esercizio del ricordo: puntellare ogni piccola storia nella grande Storia, per non fare apparire l’una e l’altra soltanto come un inarrestabile vuoto di tempo e di spazio.
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