"Siamo di fronte a un'accelerazione impressionante della crisi politica italiana che ha preso prima di tutto la forma di una crisi profonda del sistema dei partiti". Lo afferma, in una nota, il consigliere regionale del Pd Demetrio Battaglia. "Nel 1992, quando erano già evidenti i segni dell'arretratezza rispetto ai processi che investivano la società italiana - aggiunge - il sistema dei partiti invece di una radicale innovazione trovò soluzioni per la sopravvivenza. Le modifiche lasciarono pressoché intatta l'ossatura del sistema operando una ancor più netta separazione tra gruppi dirigenti, popolo sempre più ristretto dei militanti, cittadini. Attorno al vecchio s'incollarono ceti dirigenti e residui delle vecchie nomenclature esercitando un potere sempre più ampio e separato dal Paese. Esempio di tutto questo, gli scioglimenti di interi partiti decisi da quattro amici al bar che, per l'occasione, si sono divisi anche i soldi in cassa senza dare conto a nessuno e impedendo alcuna possibilità d'intervento alla periferia politica. L'esperienza del governo Monti, diversamente da allora, sta operando una scomposizione del vecchio sistema ed ha fin qui costruito, con rapidità inimmaginabile, un diverso meccanismo politico che, al di là delle valutazioni di merito, corrisponde ai bisogni e ai tempi di una società moderna. In poche settimane c'é stata una reale discontinuità del sistema politico ed è iniziato il crollo della Prima (e pressoché unica) Repubblica. In poche settimane la politica, ha cambiato aspetto. Si decide coi tempi necessari per rendere le decisioni efficaci". "In questo quadro - sostiene ancora Battaglia - il Pd ondeggia, vive contraddittoriamente, non riesce a decidere cosa fare da grande. Ufficialmente sostiene il governo Monti, ma al suo interno bisticcia e si divide indebolendo drasticamente e a tratti vanificando il valore del suo sostegno con mille distinguo. Paga il peso di una lotta da gruppo dirigente. Manda segnali contraddittori che gli impediscono di orientare con efficacia il proprio elettorato e di diventare l'anima di un'innovazione capace di costruire nel nostro paese condizioni di maggiore equità. Mi chiedo: che gruppo dirigente è quello che dà il sangue ma in un modo che alla fine se ne avvantaggeranno solo altri e che perciò inizia a perdere consenso? Ma non si tratta solo di questo. Può il Pd rinunciare, mentre si riformulano le condizioni del patto sociale e della coesione nazionale, a porre con tutta la determinatezza necessaria la questione del Mezzogiorno e di un suo profondo rinnovamento che gli consenta di produrre la ricchezza utile ai suoi bisogni facendo spiccare all'Italia intera un decisivo passo in avanti? Possibile che il Pd s'incateni e si faccia mettere all'angolo su un obiettivo di prestigio e d'immagine come l'art.18 che non inciderà certamente sulla sorte del Mezzogiorno e in particolare della Calabria? Sappiamo tutti che alla fine si farà un restyling dell'articolo 18 ma il rischio è che avvenga in un contesto che rischia di fare sparire il Sud e la Calabria dal tavolo di una trattativa che deciderà per un periodo lungo la nostra storia. Se il Pd non è un clandestino a bordo di questo governo, deve porre al primo posto dell'agenda governativa alcuni punti centrali per lo sviluppo del Mezzogiorno e della Calabria per consentire a questi territori di essere pronti ad allinearsi con il resto del paese, quando la crisi finirà. Altrimenti il divario rimarrà insostenibile e il disagio che attraversa la società meridionale farà pagare un caro prezzo al Pd, se ancora ci sarà". "Naturalmente - conclude Battaglia - con una Calabria che arretra e con un Governo regionale incapace di affrontare i problemi reali che oggettivamente vengono da lontano, anche il Pd calabrese deve operare scelte che non possono essere di conservazione. Siamo a metà legislatura regionale e non c'é una vera idea di governo da sottoporre ai calabresi".