Le ramificazioni della 'ndrangheta

11-07-2008 13:21

Gli epigoni del clan Papalia, egemone nel milanese prima di essere disarticolato con il processo Nord-Sud, avevano ricostruito con la violenza, l'intimidazione e l'omertà il loro monopolio. Non più, come negli anni '90, nel traffico di droga. La 'ndrangheta dei Papalia aveva scelto di inabissarsi, immergersi nel tessuto socio-economico per lavorare "belli tranquilli", come si legge in un'intercettazione, senza dare nell'occhio. Il terreno perfetto per esercitare il dominio economico era quello trasportato da un esercito di "padroncini" sui camion di ditte paravento, intestate a 'teste di legno' che si aggiudicavano gli appalti per i lavori di urbanizzazione e di movimentazione di terra. Dietro di loro, e lo sapevano tutti, c'erano, secondo le indagini, i Barbaro e i Papalia. Bastava pronunciare quel cognome, a Buccinasco: erano quelli con il cognato, con lo zio, con il padre in carcere per 416 bis, l'associazione mafiosa. Come Salvatore Barbaro, 34 anni, astro emergente della cosca e figlio di Domenico, detto 'Mico l'Australianò. Quest'ultimo, uno dei 'fiori' della 'Ndrangheta: nel linguaggio delle cosche calabresi, uno boss di massimo livello. La Guardia di Finanza, su ordine del gip Piero Gamacchio, ha eseguito otto arresti che hanno azzerato il gruppo delle 'nuove levé del clan Papalia. L'inchiesta condotta dal pm della Dda Alessandra Dolci ha portato in carcere Domenico Barbaro, i figli Salvatore e Rosario, Pasquale Papalia, un altro calabrese, Mario Miceli e i tre milanesi Maurizio De Luna di 34 anni, Maurizio Luraghi di 53 e la moglie Giuliana Persegoni di 49 anni. Per sette di loro l'accusa più grave è associazione per delinquere di stampo mafioso. Erano i Comuni di Buccinasco, Assago, Corsico, Pogliano quelli in cui l'organizzazione aveva instaurato un "quasi monopolio" nel settore della movimentazione terra. Se non eri dei loro, in quelle zone non si lavorava. E chi non lo capiva da solo, veniva 'aiutato' con mezzi molto espliciti. A una famiglia di imprenditori "hanno già sparato tre o quattro volte nelle portiere della macchina...gli hanno messo una bomba", dice Luraghi intercettato. Mentre in passato un altro imprenditore era stato minacciato così: "Ha tirato fuori il cannone e gli ha detto 'adesso o gli fai l'assegno o ti sparo in boccà", come riferiva Luraghi a proposito di Domenico Barbaro. Stesso metodo per recuperare un presunto credito: "Ce l'avevo in mano che facevo così, ti giuro, parola d'onore, gliela stavo sparando in testa", raccontava Salvatore Barbaro. I metodi "arroganti" di quest'ultimo destavano la preoccupazione di Luraghi. Meglio invece evitare gli scandali: "Noi andavamo benissimo, non ci rompeva i coglioni nessuno...hanno fatto tornare gli stessi anni...eravamo qui belli tranquilli", lamenta Luraghi intercettato. Profilo basso e capacità di infiltrazione tanto capillare che a fine luglio 2004, il gruppo aveva la certezza dell'esistenza di un'inchiesta, a meno di un mese dal suo inizio: in un colloquio in carcere con uno degli 'storici' fratelli Papalia, un indagato raccontava di sapere che la Gdf stava indagando su di loro. Oltre agli arresti, i militari hanno effettuato 19 perquisizioni e sequestrato nove aziende tutte riconducibili al gruppo. "Il colpo più duro alla mafia - ha sottolineato il comandante del Gico Domenico Grimaldi - arriva quando le si toccano i soldi".




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